Perché rivivo sempre le stesse situazioni? Comprendere i pattern che si ripetono
Perché alcune situazioni sembrano ripetersi nella nostra vita? Un'esplorazione di emozioni, pattern familiari e ascolto del corpo per comprendere cosa accade sotto la superficie.


Perché rivivo sempre le stesse situazioni?
Ti è mai capitato di accorgerti che, anche cambiando persone, luoghi o circostanze, alcune dinamiche sembrano tornare?
Magari cambia il contesto, ma la sensazione è sorprendentemente familiare: frustrazione, paura di non essere vista, bisogno di approvazione, senso di abbandono, difficoltà a fidarsi, la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa.
E a un certo punto può sorgere spontanea una domanda:
Perché continuo a vivere situazioni così simili?
Una possibile risposta è che non reagiamo soltanto a ciò che sta accadendo nel presente. Portiamo con noi esperienze, apprendimenti, emozioni e modalità di relazione che si sono costruite nel corso della nostra storia e che possono continuare a influenzare il modo in cui percepiamo e affrontiamo ciò che viviamo.
Ciò che accade oggi può toccare qualcosa di molto più antico
Fin dai primi anni di vita iniziamo a costruire, attraverso le nostre esperienze e le relazioni più importanti, un modo personale di leggere il mondo.
Impariamo, spesso senza rendercene conto, che cosa aspettarci dagli altri, cosa significa sentirsi al sicuro, come ottenere vicinanza, cosa succede quando esprimiamo un bisogno o quale spazio possiamo occupare nelle relazioni.
Queste esperienze non diventano necessariamente ricordi nitidi.
A volte rimangono soprattutto sotto forma di sensazioni, reazioni automatiche, aspettative e modalità di stare nelle situazioni.
Così può accadere che qualcosa che succede oggi attivi un vissuto che conosciamo già molto bene, anche se razionalmente sappiamo che la situazione attuale è diversa.
Ed è proprio qui che, invece di concentrarci esclusivamente su quello che sta facendo l’altra persona o su ciò che sta succedendo fuori di noi, può diventare interessante fermarsi e guardare anche dentro.
La prima domanda: cosa sto sentendo?
Quando una situazione continua a ripetersi, spesso la prima reazione è cercare una spiegazione.
Ma possiamo provare, almeno per un momento, a sospendere l’interpretazione e partire da qualcosa di più semplice:
Che cosa sto sentendo?
Non cosa penso della situazione. O cosa credo che l’altra persona dovrebbe fare.
Ma proprio:
qual è la sensazione che sto vivendo? Dove la sento nel corpo?
È una chiusura? Un peso? Un vuoto? Una tensione? Calore? Frustrazione?
Non è necessario modificarla né darle immediatamente un significato. Possiamo semplicemente restare qualche istante in ascolto.
“Quando ho già sentito qualcosa di simile?”
Una domanda che personalmente trovo molto interessante è:
Quando ricordo di aver provato per la prima volta questa stessa sensazione?
Non è necessario trovare per forza una risposta precisa. A volte può emergere un episodio dell’infanzia. Altre volte una relazione importante. Altre ancora non arriva nessun ricordo particolare. Lo scopo non è costruire a tutti i costi una spiegazione del passato.
È piuttosto iniziare a osservare se quella sensazione appartiene soltanto alla situazione presente oppure se sembra avere una storia più lunga.
Perché spesso ciò che si ripete non è tanto la situazione identica, quanto il vissuto che quella situazione riesce ad attivare dentro di noi.
E se alcuni pattern appartenessero anche alla nostra storia familiare?
Possiamo anche allargare lo sguardo alla famiglia da cui proveniamo.
Ci sono dinamiche che riconosciamo nei nostri genitori? Temi che sembrano ripetersi tra generazioni?
Modalità simili di vivere la rabbia, il conflitto, il denaro, l’amore, il riconoscimento, il successo, la perdita?
Questo non significa necessariamente che ereditiamo letteralmente le esperienze emotive dei nostri antenati. Può però essere interessante osservare ciò che viene trasmesso attraverso relazioni, educazione, modelli familiari, silenzi, convinzioni e modi di affrontare la vita.
Queste osservazioni non servono ad attribuire responsabilità ma ad aprire una domanda:
quanto di ciò che sto vivendo appartiene davvero soltanto a questo momento e quanto, invece, si inserisce in una storia più ampia?
Dal “perché succede?” al “cosa sta succedendo dentro di me?”
Questo passaggio cambia profondamente il modo in cui possiamo guardare una difficoltà.
L’attenzione non rimane soltanto sulla situazione esterna. Cominciamo a osservare ciò che quella situazione fa emergere dentro di noi.
Il punto, allora, non è necessariamente trovare la spiegazione perfetta. A volte possiamo capire razionalmente benissimo perché ci comportiamo in un determinato modo e continuare comunque a reagire esattamente come prima. Perché comprendere cognitivamente qualcosa e integrarlo a livello emotivo e corporeo non sono sempre la stessa cosa.
Ed è per questo che nel lavoro di consapevolezza il corpo può diventare così importante.
Il corpo come luogo di esplorazione
Ci sono diversi strumenti che possono aiutarci a esplorare questi vissuti.
Nel mio percorso personale e professionale ho trovato molto significative le costellazioni familiari, ma esistono anche altre modalità di esplorazione: il lavoro con i sogni, le visualizzazioni, le pratiche di consapevolezza e, soprattutto, l’ascolto del corpo.
Il corpo ci permette di spostarci per qualche momento dal bisogno di interpretare tutto. Possiamo osservare una sensazione senza doverla immediatamente spiegare. Possiamo darle spazio, chiederci di cosa avrebbe bisogno, e gradualmente possiamo iniziare a costruire un modo diverso di stare con ciò che emerge.
Non necessariamente eliminandolo, ma riconoscendolo, ascoltandolo e portandogli maggiore cura.
Se una situazione continua a ripetersi, prova a partire da qui
La prossima volta che ti accorgi di vivere qualcosa che ti sembra già incredibilmente familiare, prima di cercare immediatamente una spiegazione all’esterno prova a fermarti. Puoi chiederti:
Che cosa sto sentendo?
Dove lo sento nel corpo?
Quando ricordo di aver già provato qualcosa di simile?
Riconosco questo stesso tema anche nella mia storia familiare?
Non è necessario arrivare subito a una risposta. A volte il primo cambiamento avviene semplicemente quando smettiamo di reagire automaticamente e iniziamo ad osservare ciò che sta accadendo dentro di noi. Ed è proprio da questo spazio che può iniziare un lavoro più profondo.
Quando farlo da soli diventa difficile
Fare queste domande può sembrare semplice. Rimanere davvero in ascolto di ciò che emerge, però, può essere molto più complesso.
A volte arrivano pensieri, resistenze, giudizi. Altre volte non riusciamo nemmeno a capire cosa stiamo sentendo. Oppure riconosciamo perfettamente un pattern, ma continuiamo a trovarci dentro la stessa dinamica.
È anche per questo che ho creato Tempo per Fiorire, il mio percorso individuale di consapevolezza e connessione a sé. Uno spazio in cui partire da ciò che stai vivendo nel presente e, attraverso dialogo, ascolto del corpo, pratiche di consapevolezza e altri strumenti di esplorazione, andare gradualmente sotto la superficie. Non per ricevere dall’esterno una risposta su cosa dovresti fare, ma per diventare progressivamente più capace di riconoscere ciò che senti, ciò di cui hai bisogno e il modo in cui vuoi muoverti nella tua vita.
Se senti che questo tema ti riguarda e vuoi capire se il percorso può essere adatto a te, puoi contattarmi per una call conoscitiva gratuita.
