Meraviglia nella resina
Quando hai perso la capacità di guardare con meraviglia la realtà? Capacità custodita dai bambini, tende ad affievolirsi con le responsabilità dell'età adulta. Come fare a conservarla e soprattutto come viverne i benefici? ti racconto cosa dice la scienza.


Stavo camminando nel bosco con un amico quando, al cospetto di un grande abete, un particolare ha attirato la mia attenzione. Un fiume di dense lacrime dorate scendeva copioso dalla corteccia.
Brillante e profumata, era la resina. Uno spettacolo minuscolo e perfetto che solo l'occhio attento poteva catturare fra le scanalature ruvide del legno.
Siamo stati un po' lì ad assaporare quell'essenza fresca, morbida fra le dita e luminosa agli occhi. E più osservavamo, più notavamo infiniti particolari attorno a noi. Ogni centimetro di bosco era costellato da innumerevoli dettagli che lo rendevano unico e perfetto.
Quanta meraviglia in ogni angolo.
Mi sono accorta di sentirmi davvero felice, riempita da quello stupore che riusciva a dissolvere ogni pensiero superfluo e a portarmi in uno stato di benessere interiore.
Quale fosse la magia nascosta in quelle piccole gocce dorate?
Che la meraviglia potesse davvero essere una chiave per uscire, almeno per un momento, dai confini di noi stessi?
La scienza della meraviglia
A quanto pare, dietro a quelle piccole gocce dorate non c'era soltanto poesia.
La scienza si è interrogata su cosa accada dentro di noi quando facciamo esperienza della meraviglia. In inglese viene utilizzato il termine awe, difficile da tradurre con una sola parola: racchiude qualcosa dello stupore, della meraviglia e di quel senso di vastità che possiamo provare quando ci troviamo davanti a qualcosa che supera, anche solo per un momento, i nostri abituali schemi di riferimento.
Non deve necessariamente trattarsi di qualcosa di immenso. Possiamo sperimentarla davanti a una montagna o a un cielo stellato, ma anche ascoltando della musica, osservando un'opera d'arte o, forse, fermandoci davanti a un rivolo di resina che brilla sulla corteccia di un albero.
In una revisione della letteratura scientifica dedicata proprio al rapporto tra awe e benessere, Maria Monroy e Dacher Keltner hanno raccolto numerosi studi cercando di comprendere attraverso quali meccanismi questa emozione possa contribuire alla nostra salute mentale e fisica.
Uno degli effetti più affascinanti della meraviglia riguarda il modo in cui percepiamo noi stessi.
Gli studiosi parlano di small self, il “piccolo sé”. Quando qualcosa ci meraviglia profondamente, la nostra attenzione sembra spostarsi temporaneamente fuori dai confini abituali dell'io. Ci percepiamo più piccoli rispetto alla vastità di ciò che abbiamo davanti.
Ma sentirsi piccoli, in questo caso, non significa sentirsi insignificanti.
Significa forse ricordarsi di essere parte di qualcosa di più grande.
Per qualche istante le preoccupazioni personali possono perdere la centralità che normalmente occupano. Non perché siano scomparse o siano diventate meno importanti, ma perché cambia la prospettiva dalla quale le osserviamo. L'attenzione si allarga e il nostro mondo interiore smette, almeno momentaneamente, di occupare tutto lo spazio.
Forse era proprio ciò che stava succedendo a me davanti a quell'abete. Più osservavo la resina, più iniziavo a vedere ciò che la circondava. La corteccia, le forme, i profumi, gli infiniti particolari del bosco. La mia attenzione non era più rivolta soltanto verso di me.
E questa diminuzione della centralità dell'io sembra avere conseguenze interessanti anche sul modo in cui entriamo in relazione con gli altri. Gli studi raccolti da Monroy e Keltner associano infatti l'esperienza della meraviglia a una maggiore disposizione alla cooperazione, alla generosità e ai comportamenti prosociali.
Quando l'io occupa un po' meno spazio, sembra esserci più spazio per ciò che ci circonda.
Ma c'è un altro aspetto che trovo particolarmente interessante: la meraviglia sembra favorire anche una maggiore sensazione di connessione e appartenenza. Possiamo sentirci parte di una comunità, dell'umanità o, nel caso delle esperienze nella Natura, di un sistema immensamente più grande di noi.
Non più soltanto io che guardo il bosco, quindi.
Io dentro il bosco.
Quando la meraviglia arriva al corpo
La meraviglia, però, non sembra modificare soltanto il nostro modo di pensare e di percepirci. Qualcosa sembra accadere anche nel corpo.
Gli studi raccolti da Monroy e Keltner iniziano infatti a delineare un particolare profilo fisiologico associato all'awe. Alcune ricerche hanno osservato un aumento del tono vagale e una riduzione dell'attivazione del sistema nervoso simpatico, quello maggiormente coinvolto nella mobilitazione dell'organismo di fronte alle richieste dell'ambiente. È come se, almeno in alcune forme di meraviglia positiva, il corpo potesse spostarsi verso una condizione di minore attivazione e maggiore regolazione.
Ci sono poi risultati interessanti sul piano ormonale e immunitario. In uno degli studi citati dagli autori, la meraviglia provata davanti ad atti di particolare coraggio e gentilezza è stata associata a un aumento del rilascio di ossitocina, un ormone coinvolto anche nei processi di relazione e legame sociale. In un altro studio, tra diverse emozioni positive, l'awe è risultata quella maggiormente associata a livelli più bassi di interleuchina-6 (IL-6), una citochina utilizzata come indicatore dei processi infiammatori.
Anche il cervello sembra partecipare a questo cambiamento di prospettiva. Alcuni studi di neuroimaging hanno associato l'esperienza della meraviglia a una riduzione dell'attività della Default Mode Network, una rete cerebrale coinvolta, tra le altre funzioni, nel pensiero rivolto a noi stessi. È un dato particolarmente affascinante se messo accanto al fenomeno del small self: mentre soggettivamente ci sentiamo meno al centro dell'esperienza, sembrano modificarsi anche alcuni processi cerebrali legati all'autoriflessione.
Sono risultati ancora preliminari e vanno interpretati con cautela. Non possiamo dire che guardare un albero “riduca l'infiammazione” o che provare meraviglia produca automaticamente benefici sulla salute. Gli studi hanno identificato associazioni e alcuni effetti sperimentali sui singoli meccanismi, ma Monroy e Keltner sottolineano che l'intera catena meraviglia → cambiamenti fisiologici → migliore salute deve ancora essere verificata in modo più completo.
Eppure questi primi risultati aprono una prospettiva affascinante: quando qualcosa ci lascia a bocca aperta, forse non cambia soltanto ciò che stiamo guardando. Per qualche istante cambia anche il modo in cui il nostro organismo si dispone davanti al mondo.
Non abbiamo bisogno, però, di aspettare che la scienza abbia tutte le risposte per concederci il piacere di meravigliarci.
Possiamo cominciare da qualcosa di molto semplice: fermarci e osservare ciò che abbiamo davanti come se lo vedessimo per la prima volta.
Come farebbe un bambino che non conosce ancora il nome delle cose, che non ha bisogno di inserirle immediatamente in una categoria, ma può semplicemente incontrarle.
Cosa noteremmo, se per qualche istante smettessimo di sapere già cosa stiamo guardando?
Forse una corteccia non sarebbe più soltanto una corteccia.
E qualche goccia di resina potrebbe tornare ad essere un piccolo fiume di lacrime dorate.
